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Da Pulcinella a Sciosciammocca

(estratto da Antonio Pizzo, Scarpetta e Sciosciammocca: nascita di un buffo, Roma, Bulzoni, 2009).

Nel 1911, Scarpetta stava per ritirarsi dalle scene e lasciare la sua eredità artistica al figlio Vincenzo. In questo frangente avvenne il suo primo contatto con il cinema: Tutto per mio fratello, tratto da Vì che m’ha fatto fratemo.
L’opera gli aveva già dato molte soddisfazioni al botteghino, ma non poteva reggere il confronto con i suoi capolavori. Si tratta certo di una delle meno originali. Tre dei manoscritti attribuiscono esplicitamente la paternità dell’opera ad Eduardo Scarpetta, anche se quello proveniente dalle carte di Salvatore De Muto aggiunge, con altra penna, “dalla commedia in tre atti di Giacomo Marulli dal titolo: Pulcinella contadino e disertore”.
Il testo deriva da una vicenda precedentemente sviluppata per Pulcinella. In una copia a stampa di quest’ultimo testo (1897) il proprietario (l’artista Gaetano Vellotti) ha segnato a penna (sotto il titolo e nell’elenco dei personaggi) che la commedia era anche con Felice al posto di Pulcinella. Ancora una volta, i documenti confermano che al criterio d’opposizione tra i due bisogna, per lo meno, affiancare quello di intercambiabilità.  Nel cartellone del teatro San Carlino compare un testo del Marulli (24 settembre 1876) ma con il titolo Pulcinella disertore e contadino ncojetato da lo Caporale Sciosciammocca da lo sergente Battilocchio e creduto uccisore d'un famigerato Fuorbandito. Cioè, in una versione che già inglobava, non possiamo sapere come, il buffo scarpettiano.
A sua volta Marulli aver ripreso la vicenda da una commedia che Vittorio Viviani, nella sua Storia del teatro napoletano attribuisce a Filippo Cammarano dal titolo Una strana somiglianza tra Pulcinella contadino e suo fratello disertore.

Per la produzione cinematografica, la lista degli interpreti è ridotta. De personaggi presenti nella commedia, si riconoscono Don Pasquale, Giarretella, una servetta (forse Carmela), Felice, Fortunato, Don Ciccio Sindaco, due giovani invitati (forse Don Paolo e Don Vincenzo), una Signora invitata (forse Donna Candida), una giovane invitata (forse lavorante di don Pasquale), il Maggiore, zio Luigi, vari soldati, una ragazza che conosce Fortunato (forse Nannina), alcuni avventori di una locanda, i briganti e il capo brigante. Le azioni sulla pellicola si svolgono come di seguito.
Dovendo provare a raccontare una storia con immagini e senza battute, Scarpetta innanzitutto sceglie quella in cui il trasformismo scenico dell’interprete poteva essere oggetto di un trucco eminentemente cinematografico (la doppia impressione della pellicola).  Dunque considera il cinema ancora nella sua forma di attrazione, più che di racconto. Rispetto alla narrazione del testo, più estesa, qui le azioni si riducono fino a coincidere con l’asciutta struttura del testo di Marulli. Nel cinema, almeno in questo momento, Scarpetta non vede le potenzialità di descrizione dell’ambiente borghese, con le sue manie e le sue inadeguatezze. A parte la gag del Sindaco tracagnotto che si conserva i pasticcini nel cilindro, l’inadeguatezza provinciale non è al centro della vicenda, e l’opera torna alla sua natura precedente con Sciosciammocca buffo assoluto, identico a Pulcinella.
In sostanza possiamo dedurre che Scarpetta, privato del dialogo, non trovi altra soluzione che tornare all’azionalità di Pulcinella, e si ricorda della farsa di Cammarano nella quale affida al suo erede Vincenzo il compito di restituire al pubblico un Sciosciammocca pulcinellesco.

Questo piccolo documento conferma che la riforma scarpettiana non era inerente alla sostituzione del ruolo (qui intercambiabile) ma alla scrittura. E nella scrittura, la traduzione dal francese era un espediente economico, mentre l’innovazione era nella struttura della vicenda, nell’estensione delle battute. Si badi bene che per estensione delle battute non bisogna intendere la scrittura per esteso dei lazzi (per tradizione lasciati all’interprete) ma la determinazione di una fitta rete di relazioni testuali, narratologiche, strutturali, che imprigionano il carattere, definiscono il personaggio nella specifica vicenda, e costringono la comicità in un ritmo specifico. Dalla maniera assoluta (lo sciocco che interpreta scioccamente tutte le situazioni) si passa alla maniera relativa (il personaggio che appare sciocco in quanto si confronta con una condizione differente). Dunque i personaggi interpretati da Scarpetta sono tutti differenti gli uni dagli altri, accomunati semmai dall’interprete che ormai assomigliava solo a Sciosciammocca.

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